Giardini per persone non banali

Autore: giardino

  • I vari cultural tutors

    Ho visto qualche post che riguarda i cosiddetti cultural tutor (non necessariamente il content creator specifico) e personaggi simili. “Guarda come scolpivano”, “Guarda che panchine stupende”, “Guarda quanto stucco intorno alle finestre”, “Vogliono abbattere il tuo spirito col modernismo”.

    I tutori della classicità si fanno garanti della qualità, ma poi alla fine si tratta semplicemente di critici (d’arte? di musica? di architettuta? culturali?) che hanno incentrato sviluppato le proprie competenze intorno a una serie di stili e arti che hanno in comune un’allure classicheggiante. E al di là della considerazione specifica su questa o quell’altra opera del passato noi ci troviamo di fronte a un contenuto digitale fatto di nostalgia e allusioni a un qualcosa che non c’è più, senza considerare i molteplici abissi culturali, psicologici, temporali, sociali ed economici che ci separano da certi canoni estetici. Non che non esistano articoli che tentino di spiegare i vari motivi per cui queste cose sono sparite: l’economia, il sistema produttivo, la cultura che cambia, l’orrore della guerra vengono di certo nominati, ma il punto è che mi pare che l’amore per l’essere umano debba tener conto del tempo che passa, delle cose che cambiano, e di quel che non può esser più. Questo almeno mi pare evidente nello studio e nella realizzazione dei giardini, quindi immagino che si trovi anche in arti più conosciute e diffuse e più tradizionalmente legate allo studio dell’animo umano.

    E quindi ci si ritrova a fare i divulgatori di contenuti culturali in rete con l’intento di riportare lo spirito umano a quel che era prima, ma non è detto che sappiano di cosa stanno parlando. Lo vediamo in molte arti che si può esser capaci di amare le creazioni del passato e di avere una passione per la contemporaneità. Ma come ha detto qualcuno di cui non ricordo il nome perché si trattava forse di un post su Pinterest: “È più facile scrivere un libro di spiritualità che essere dei mistici”.

    Allora passiamo alla prassi e alla mistica che è il progettare giardini.

    Mi vien da pensare che l’idea più diffusa che si ha di un progettista è che per essere bravo debba essere un po’ un artigiano. Magari mi sbaglio. Però, se io devo realizzare un tavolo, dovrò rispettare certi criteri. Un tavolo deve stare in piedi, banalmente.

    Quel che riguarda però il gusto, deve essere codificato (oppure esplorato, se si tratta di novità). Nell’ambito delle professioni progettuali, questa cosa riguarda la composizione architettonica, per esempio: si mettono insieme ragionamenti che includono estetica, geometria, funzioni, colori, materiali… Si tratta di cui puoi godere anche solo esteticamente e in maniera astratta.

    Eppure, un giardino resta un luogo dove vivere più che da mostrare. Ti faccio un esempio che magari ti fa rabbia se sei un architetto, e magari hai anche ragione. Però senti che cosa ho da dire: se oggi io avessi una mostra dedicata alla mia carriera e fossi un architetto puro, se ci fossero modellini, ricostruzioni, immagini, potrei avere non tanto una percezione completa dell’essenza del progetto finito, cioè come ti fa stare, come ci si vive, ecc. Ma vedresti comunque la mia capacità di progettista di creare forme armoniose, architetture che funzionano, esteticamente valide. Voglio dire che, se anche non vivo l’esperienza architettonica, il disegno, il modellino, il 3D – per banalizzare – hanno una funzione straordinaria nel comunicare la qualità del progetto. Ma un disegno di un giardino, un rendering, un modellino, un 3D, che cosa ti dicono? Innanzitutto, sono proiettati in un futuro imprecisato, perché tu non fai un rendering con le piantine appena messe a dimora. Un giardino ben riuscito è un giardino che ha visto passare il tempo e varie mani che ne hanno accompagnato la crescita. E qui aggiungo un altro mio parere: se in un edificio ogni comportamento imprevisto è negativo, lo stesso non vale per un giardino. Intendo dire che se il muro fa una cosa che non deve fare (si piega, si muove, si curva), è sbagliato: banale, ma vero. Un giardino che non riserva sorprese invece non è un granché di giardino, anche se magari è un progetto incredibile per quanto riguarda ciò che dà soddisfazione agli occhi o alla concezione compositiva.

    Come dico spesso, un giardino è tutto ciò che accade dentro quel luogo, non solo la fedeltà a un disegno. E qui so di divergere da molte colleghe e colleghi, che tra l’altro stimo. Però questa è una cosa di cui non riesco a perdere la convinzione. E quindi torniamo al discorso iniziale sulla tutela dei canoni eterni, portata avanti da chi sembra non aver capito che se lo stile classico non è più dominante, non vuol dire solo che ci sia un complotto per tenerlo via dai nostri occhi, o che noi siamo peggiori di chi è venuto prima (anche se magari è vero). Il punto è che abbiamo bisogno di critici del giardino che magari si occupino di altro nella vita, perché così poi non andremo da loro a farci dire come una cosa si fa.

    Perché sono anche convinto che sia necessaria una certa dose di apertura all’insicurezza per avere dei giardini che siano interessanti non solo in un rendering, ma fra 50 anni. Il che non significa che si debba andare al buio e fare le cose a caso. Quello che voglio dire è che i giardini nascondono in sé delle cose che possono cambiare nel tempo, e quindi noi dobbiamo aprirci a questa opportunità—il che non è una garanzia di successo. Però può aiutare. E fra i tanti di noi che fanno i giardini, magari qualcuno durerà nel tempo, verrà premiato nella memoria.

    Quindi, innanzitutto, non bisogna dare troppo ascolto a chi fa i giardini come il sottoscritto, ma bisognerebbe sperare che ci fossero delle persone esterne che se ne occupano. E poi noi, che ci occupiamo di giardini, diremo che non siamo d’accordo, bla bla bla, perché come in tutte le professioni sane la maggior parte di noi sbaglia qualcosa.

  • Un titolo che non ha senso

    Questa sciocca newsletter si chiama Giardino e paesaggio. E andando avanti, però, mi rendo conto che i giardini e i paesaggi non sono certo il vero focus di questo contenitore: mi guardo intorno, giro lo sguardo, inquisisco e mi lascio colpire da tutto quel che entra nella mia visione periferica, perché di giardini e di paesaggio io parlo costantemente, mi occupo di continuo.

    Mi capita di parlare spesso di altre cose, perché alla fine mi sono reso conto che questo non è niente più che uno zibaldone, uno scrapbook. Dal 2019, ogni mercoledì, senza pause, pubblico un podcast che raramente supera i 10 minuti. Si chiama Giardino Rivelato e affronta argomenti di tutti i tipi: pratici, estetici, etici, più o meno politici, culturali.

    Il fatto è che davvero io penso ai giardini e al paesaggio tutti i giorni, innanzitutto perché vivo nel paesaggio. Urbano o rurale o altro, non importa.

    Ci sono tanti alberi nella piazza in cui vivo tanto che sembra un bosco, c’è un Tiglio che si vede dalla finestra, ci sono aiuole più o meno curate, tenute in un certo modo, edere ammassate sulle rovine delle mura antiche, con piccoli ecosistemi e spazi che si adattano alla saltuaria e bislacca relazione delle amministrazioni comunali con spazi che vengono falciati e quando il bilancio comunale lo consente. Ogni giorno vivo le conseguenze della visione che le persone hanno del giardino e del paesaggio; ogni giorno subisco questa visione.

    Quindi, il mio podcast vuole essere una goccia nel mare d’inconsapevolezza che le persone, in Italia, hanno nei confronti di ciò che riguarda i giardini e il paesaggio.

    D’altronde, i giardini e il paesaggio sono il mio lavoro: riguardano aziende agricole, giardini privati, giardini aziendali, spazi pubblici, spazi più o meno naturalistici o abbandonati.

    Il dover pensare, per lavoro, a domande tipo “Come si potrebbe trasformare questo posto? Quali sono le potenzialità di questo luogo? Qual è la relazione delle persone con questo spazio?” ti porta a vedere tutto collegato.

    Per quanto mi riguarda, nella mia esperienza quotidiana, giardini e paesaggi sono quindi diventati qualcosa d’informe ed espanao, dei termini “cosmici” che riguardano tutto: riguardano la vita interiore e la vita pubblica delle persone, riguardano l’apprezzamento estetico e riguardano la posizione etica di un gruppo.

    Proprio mentre scrivevo queste righe, poco fa, mi sono imbattuto in un articolo di che parla di una relazione, tra il giardino e le arti, tra il giardino e gli artisti, ora dissolta.

    The Not So Bad Tempered Gardener
    Music and Gardens as Works of Art
    A Choral Feast…
    Read more

    I believe that gardens are cultural expressions worthy of attention just like painting, sculpture, theatre and music..’

    […]
    But does that mean we will ever have painters, sculptors, actors and musicians visit the garden? Will any of them read Carolyn’s book? Maybe even those people who believe they aren’t interested in gardens might read or visit? Unlikely.

    What would it take for them to visit a garden or read such a book?

    In Italia questa cosa è evidente per varie arti, e credo che la poesia e i giardini siano quelli più evidenti, abbandonati dal sentimento culturale, relegati ad essere niente più che tappezzeria in una stanza dove nessuno entra più ma che non si può nemmeno utilizzare per qualcosa di utile.

    C’è una sproporzione nel peso che i giardini hanno nella vita delle persone: per alcuni sono pane quotidiano, per altri sono qualcosa di completamente inesistente, di incomprensibile, e pure noioso.

    I giardini, come tutte le arti, richiedono studio, o almeno un certo livello di alfabetizzazione e disposizione d’animo, ed è giusto che alcuni dettagli e argomenti rimangano specialistici, da nerd, oscuri per il pubblico generale; sarebbe però bello anche se tra questi nerd ci fossero persone che non lo fanno di lavoro.

    E torniamo al problema del titolo di questo blog, “Garden and Landscape”.

    I giardini, e il paesaggio, sono delle lenti, sono delle sfumature o dei sapori che influenzano la mia interpretazione del mondo e il muovermi in questo mondo, e forse devo uscirne ancora di più, allontanarmene al punto da non sentirmi più in un giardino, per poter capire come rendere questo giardino accogliente per chi, entrando, si trova disorientato.

    Non so se ci riesco, so che è quel che vorrei.

  • Cosa succede se esco?

    Si trovava in una stanza sotterranea. Era una prigione. In questa prigione la luce entrava a malapena.

    La luce della luna colpiva la cella, ma solo perché la fessura, la finestra, era stata costruita in modo tale da consentire questa cosa. Faceva la stessa cosa con la luce del sole.

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    Ogni giorno la luce segnava il suo percorso sulla parete, il giorno e la notte, la notte e il giorno.

    Non è niente di straordinario. Alla fine, tutte le pareti fanno questa cosa qui. Questa parete, però, era speciale perché era l’unica cosa interessante, l’unica cosa interessante che chi si trovava in quella cella poteva guardare.

    Una cella sotterranea. Sì… no, forse. Come faceva a saperlo? Era in prigione. Si capiva che la luce arrivava poco. Si capiva che l’intento era quello di aver costruito una cella sotterranea, come le segrete dei re del passato.

    Però, chi lo sa? Forse questa cella in realtà si trovava molto, molto in alto, lontano, oppure a livello del terreno, in un posto così remoto da non far pensare minimamente alla possibilità di poter fuggire.

    Non arrivavano suoni. Il mare, il vento, urla, collisioni. Nessun tipo di suono riusciva a suggerire a chi viveva in quella prigione cosa potesse esserci dall’altra parte. C’era il sole, c’era la luna, c’erano le nuvole, questo si riusciva a capire, ma le capacità di chi si trovava in quella prigione non erano abbastanza sviluppate da riuscire a calcolare la posizione geografica della cella. Quindi questa cella era una prigione, una prigione in cui vieni rinchiuso, sbattuto. Non è niente di straordinario.

    Quante persone prima di te sono state rinchiuse in una cella? Quante persone sono state torturate? Quante persone sono state dimenticate in una cella? Morte di fame, di freddo, di malattia, con le ossa rotte nel tentativo di fuggire, con la testa spaccata per la disperazione, nel tentativo di aprire una fessura nella parete, poter gridare aiuto. Le unghie, il sangue, le urla, la disperazione, il buio. E invece no, non c’era solo il buio, c’era il sole che piano piano e la luna che piano piano salivano lungo la parete.

    “Quanti giorni sono che sto qui dentro? Non lo so. Non so se ricordo da quanto tempo mi trovo qui. Dieci, centomila, duecentomila, un milione, tre miliardi”.

    “Quante volte ho contato il sole?” Non sono stato capace di segnare questo percorso. Qualcun altro al posto mio sarebbe stato capace. Io non ce l’ho fatta. Quello di segnare il percorso sulla parete per calcolare i periodi dell’anno, per calcolare quando sarebbe passato un anno, quando sarebbero passati due anni.

    Quante storie ci sono riguardo a persone che in situazioni di prigionia trovano una capacità, una concentrazione, un’energia, un’intelligenza che nemmeno sapevano di avere, dopo anni, magari? E io no, io continuo a stare qui, a osservare la luce e a meravigliarmi di quanto sia bello vedere la luce del sole. Sognare di uscire, certo, ma poi che succede se esco? Che cosa succede se esco? Facciamo finta che io oggi riesca a distruggere questa parete e, distrutta questa parete, fuori che cosa c’è?

    Potrei avere la capacità di immaginare, di sistematizzare, di creare una serie di ipotesi riguardo a quello che può succedere. Cosa succede se c’è il vuoto? Mi trovo in una prigione che fluttua nel cielo. Che cosa succede se c’è l’oceano, il mare? Sono su un’isola, su una scogliera. Cosa succede se mi trovo sul fianco di una montagna? Cosa succede se mi trovo sotto terra? Quel raggio di luce che arriva, arriva attraverso una fenditura in un canyon, in una zona remota, inabitabile.

    Posso dire una cosa riguardo la mia cella? La temperatura è più o meno sempre stabile. Non mi sembra che ci siano grandi variazioni. Sì, ci sono giornate in cui ho avuto più caldo, giornate in cui ho avuto più freddo, però nulla di notevole, nulla che valga la pena registrare. E lì già mi vengono in mente, no, tutte quelle storie, quei racconti di personaggi sovrumani nel loro intelletto che sono in grado di mettere insieme quei piccoli pezzettini di informazioni sulla temperatura, sulle variazioni, per creare una storia, per creare una nuova trama negli eventi. E invece no, io sono qui, sono bloccato in questa cella, sotto terra, sopra la terra, nell’acqua, sopra l’acqua… Ma che ne so, come faccio a saperlo?

    Io so solo che sono qui. “Perché sono qui?” Ecco, questa è una domanda che mi interessa di più perché non me lo ricordo. So solo che provo vergogna all’idea di essere qui. Perché provo vergogna? Non lo so. E questa è un’altra cosa che vorrei capire. Ho tentato di meritarmi di stare qui dentro. Ho tentato di essere innocente per stare qui dentro. È ingiusto? È giusto il fatto che io sia imprigionato in questa cella? Qual è la storia di questa mia prigionia?

    E qui ritornano tutti i racconti. Quando sei in prigione, l’unica cosa che vuoi è la fuga. Ma siamo certi? Cosa c’è fuori? Non lo so. Non ricordo quello che può esserci fuori. Ricordo solo che sono qui dentro.

    Potrei tentare di uscire, ma come? Io lo so… Non c’è altro oltre a me, a parte quelle cose che mangio, a parte la mia quotidianità. Ma i cadaveri, i resti, gli scheletri, le cervella sparse sulle pareti, le unghie strappate nel tentativo di uscire, io le vedo, anche se non ci sono. Lo so che ci sono. Non c’è bisogno che io le veda. Ci sono. Io so che ci sono e sono qui a rendere testimonianza del fatto che ogni tentativo è inutile.

    Non si può scappare. Sarebbe bello. Oh, come sarebbe bello. Certo, sarebbe stupendo. Ma come si fa? È la domanda che mi faccio ogni giorno. Come posso costruire il mio spirito, un futuro? Io domani devo morire, domani, domani mi devono uccidere. Non ho ancora capito. Mi devono appendere? Mi devono tagliare la testa? Mi devono far uscire il sangue piano piano? Non lo so. Domani, domani devo morire.

    Mi sono svegliato stamattina e sarei dovuto morire oggi. Mi avrebbero dovuto uccidere oggi. Non ho capito perché non si è potuto fare. Quindi sarà domani.

    È venuto il secondino prima. Prima è stato ore… non lo so, potrebbero essere stati dieci minuti come ottanta ore. E quello che mi diceva non aveva niente a che vedere con nulla. Ribadiva il fatto che io ero qui e che anche lui era qui, non poteva salvarmi, non poteva aiutarmi.

    Ricordo di avergli chiesto se lo avrebbe fatto. “Mi aiuteresti, mi salveresti?” “No, non posso. Non dipende da me. Che cosa posso fare io?”. E piangeva. Mi chiedeva di aiutarlo. Mi chiedeva di aiutarlo perché non ce la faceva. L’impegno che aveva era insopportabile. E io ero genuinamente curioso. “Mi diresti qual è questo impegno?”. “Ma sei tu. Sei tu con la tua prigionia. Tu domani devi morire. Devo garantire che tu domani venga ucciso, che tu domani venga portato al patibolo”.

    E io gli dicevo: “Ma tu non mi puoi aiutare a uscire? Posso migliorare?”. Io non.. ti assicuro: non mi ricordo nemmeno perché sono qui dentro. “No, non posso fare nulla”, mi diceva lui. “Non posso fare nulla perché non dipende da me”. Abbiamo parlato a lungo. Io ho chiesto: “Ma perché hai scelto di fare questo lavoro?”. Non se lo ricorda. Dice che gli sembra di non ricordare nemmeno cosa ci fosse prima di essere qui sotto. Io dico “qui sotto” perché mi sembra così, mi sembra suonare meglio, ma magari domani direi “qui sopra”. Direi “qui sopra” se ci fosse un domani, ma io domani non ci sarò perché mi uccidono, mi decapitano, mi impiccano, mi fanno l’iniezione letale… come mi uccidono? L’ho chiesto al secondino. Lui ha scosso le spalle, non gli interessa sapere come mi uccidono.

    Mi chiedeva di aiutarlo, però. Mi chiedeva di aiutarlo a capire come fare. “No, perché io ti devo tenere qui. Io devo… io devo…”. Ho provato tanta pietà per lui perché lo so che lui deve. Certo che deve, è qui, è qui con me. E se sei qui con me, o sei me o non sei me. Se non sei me, chi sei? Perché dovresti essere qui? In una prigione ci sono solo le guardie e i ladri. La guardia è il secondino e il ladro è il condannato a morte, giusto?

    O forse la guardia è il ladro? E il ladro è qualcuno che tentava di essere libero. Non lo so, questa è una banalità.

    Ma io come faccio a uscire da qui? Posso uscire solo lasciandomi uccidere? Non lo so. Io so che domani potrebbe finire. Certo, sempre che non rimandino la mia condanna a morte. Domani potrebbe finire. E il secondino invece no, il secondino sarà sempre qui. Chissà se il secondino è in grado di calcolare i giorni guardando la luce sulla parete. Io non lo so fare.

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