Si trovava in una stanza sotterranea. Era una prigione. In questa prigione la luce entrava a malapena.
La luce della luna colpiva la cella, ma solo perché la fessura, la finestra, era stata costruita in modo tale da consentire questa cosa. Faceva la stessa cosa con la luce del sole.
Ogni giorno la luce segnava il suo percorso sulla parete, il giorno e la notte, la notte e il giorno.
Non è niente di straordinario. Alla fine, tutte le pareti fanno questa cosa qui. Questa parete, però, era speciale perché era l’unica cosa interessante, l’unica cosa interessante che chi si trovava in quella cella poteva guardare.
Una cella sotterranea. Sì… no, forse. Come faceva a saperlo? Era in prigione. Si capiva che la luce arrivava poco. Si capiva che l’intento era quello di aver costruito una cella sotterranea, come le segrete dei re del passato.
Però, chi lo sa? Forse questa cella in realtà si trovava molto, molto in alto, lontano, oppure a livello del terreno, in un posto così remoto da non far pensare minimamente alla possibilità di poter fuggire.
Non arrivavano suoni. Il mare, il vento, urla, collisioni. Nessun tipo di suono riusciva a suggerire a chi viveva in quella prigione cosa potesse esserci dall’altra parte. C’era il sole, c’era la luna, c’erano le nuvole, questo si riusciva a capire, ma le capacità di chi si trovava in quella prigione non erano abbastanza sviluppate da riuscire a calcolare la posizione geografica della cella. Quindi questa cella era una prigione, una prigione in cui vieni rinchiuso, sbattuto. Non è niente di straordinario.
Quante persone prima di te sono state rinchiuse in una cella? Quante persone sono state torturate? Quante persone sono state dimenticate in una cella? Morte di fame, di freddo, di malattia, con le ossa rotte nel tentativo di fuggire, con la testa spaccata per la disperazione, nel tentativo di aprire una fessura nella parete, poter gridare aiuto. Le unghie, il sangue, le urla, la disperazione, il buio. E invece no, non c’era solo il buio, c’era il sole che piano piano e la luna che piano piano salivano lungo la parete.
“Quanti giorni sono che sto qui dentro? Non lo so. Non so se ricordo da quanto tempo mi trovo qui. Dieci, centomila, duecentomila, un milione, tre miliardi”.
“Quante volte ho contato il sole?” Non sono stato capace di segnare questo percorso. Qualcun altro al posto mio sarebbe stato capace. Io non ce l’ho fatta. Quello di segnare il percorso sulla parete per calcolare i periodi dell’anno, per calcolare quando sarebbe passato un anno, quando sarebbero passati due anni.
Quante storie ci sono riguardo a persone che in situazioni di prigionia trovano una capacità, una concentrazione, un’energia, un’intelligenza che nemmeno sapevano di avere, dopo anni, magari? E io no, io continuo a stare qui, a osservare la luce e a meravigliarmi di quanto sia bello vedere la luce del sole. Sognare di uscire, certo, ma poi che succede se esco? Che cosa succede se esco? Facciamo finta che io oggi riesca a distruggere questa parete e, distrutta questa parete, fuori che cosa c’è?
Potrei avere la capacità di immaginare, di sistematizzare, di creare una serie di ipotesi riguardo a quello che può succedere. Cosa succede se c’è il vuoto? Mi trovo in una prigione che fluttua nel cielo. Che cosa succede se c’è l’oceano, il mare? Sono su un’isola, su una scogliera. Cosa succede se mi trovo sul fianco di una montagna? Cosa succede se mi trovo sotto terra? Quel raggio di luce che arriva, arriva attraverso una fenditura in un canyon, in una zona remota, inabitabile.
Posso dire una cosa riguardo la mia cella? La temperatura è più o meno sempre stabile. Non mi sembra che ci siano grandi variazioni. Sì, ci sono giornate in cui ho avuto più caldo, giornate in cui ho avuto più freddo, però nulla di notevole, nulla che valga la pena registrare. E lì già mi vengono in mente, no, tutte quelle storie, quei racconti di personaggi sovrumani nel loro intelletto che sono in grado di mettere insieme quei piccoli pezzettini di informazioni sulla temperatura, sulle variazioni, per creare una storia, per creare una nuova trama negli eventi. E invece no, io sono qui, sono bloccato in questa cella, sotto terra, sopra la terra, nell’acqua, sopra l’acqua… Ma che ne so, come faccio a saperlo?
Io so solo che sono qui. “Perché sono qui?” Ecco, questa è una domanda che mi interessa di più perché non me lo ricordo. So solo che provo vergogna all’idea di essere qui. Perché provo vergogna? Non lo so. E questa è un’altra cosa che vorrei capire. Ho tentato di meritarmi di stare qui dentro. Ho tentato di essere innocente per stare qui dentro. È ingiusto? È giusto il fatto che io sia imprigionato in questa cella? Qual è la storia di questa mia prigionia?
E qui ritornano tutti i racconti. Quando sei in prigione, l’unica cosa che vuoi è la fuga. Ma siamo certi? Cosa c’è fuori? Non lo so. Non ricordo quello che può esserci fuori. Ricordo solo che sono qui dentro.
Potrei tentare di uscire, ma come? Io lo so… Non c’è altro oltre a me, a parte quelle cose che mangio, a parte la mia quotidianità. Ma i cadaveri, i resti, gli scheletri, le cervella sparse sulle pareti, le unghie strappate nel tentativo di uscire, io le vedo, anche se non ci sono. Lo so che ci sono. Non c’è bisogno che io le veda. Ci sono. Io so che ci sono e sono qui a rendere testimonianza del fatto che ogni tentativo è inutile.
Non si può scappare. Sarebbe bello. Oh, come sarebbe bello. Certo, sarebbe stupendo. Ma come si fa? È la domanda che mi faccio ogni giorno. Come posso costruire il mio spirito, un futuro? Io domani devo morire, domani, domani mi devono uccidere. Non ho ancora capito. Mi devono appendere? Mi devono tagliare la testa? Mi devono far uscire il sangue piano piano? Non lo so. Domani, domani devo morire.
Mi sono svegliato stamattina e sarei dovuto morire oggi. Mi avrebbero dovuto uccidere oggi. Non ho capito perché non si è potuto fare. Quindi sarà domani.
È venuto il secondino prima. Prima è stato ore… non lo so, potrebbero essere stati dieci minuti come ottanta ore. E quello che mi diceva non aveva niente a che vedere con nulla. Ribadiva il fatto che io ero qui e che anche lui era qui, non poteva salvarmi, non poteva aiutarmi.
Ricordo di avergli chiesto se lo avrebbe fatto. “Mi aiuteresti, mi salveresti?” “No, non posso. Non dipende da me. Che cosa posso fare io?”. E piangeva. Mi chiedeva di aiutarlo. Mi chiedeva di aiutarlo perché non ce la faceva. L’impegno che aveva era insopportabile. E io ero genuinamente curioso. “Mi diresti qual è questo impegno?”. “Ma sei tu. Sei tu con la tua prigionia. Tu domani devi morire. Devo garantire che tu domani venga ucciso, che tu domani venga portato al patibolo”.
E io gli dicevo: “Ma tu non mi puoi aiutare a uscire? Posso migliorare?”. Io non.. ti assicuro: non mi ricordo nemmeno perché sono qui dentro. “No, non posso fare nulla”, mi diceva lui. “Non posso fare nulla perché non dipende da me”. Abbiamo parlato a lungo. Io ho chiesto: “Ma perché hai scelto di fare questo lavoro?”. Non se lo ricorda. Dice che gli sembra di non ricordare nemmeno cosa ci fosse prima di essere qui sotto. Io dico “qui sotto” perché mi sembra così, mi sembra suonare meglio, ma magari domani direi “qui sopra”. Direi “qui sopra” se ci fosse un domani, ma io domani non ci sarò perché mi uccidono, mi decapitano, mi impiccano, mi fanno l’iniezione letale… come mi uccidono? L’ho chiesto al secondino. Lui ha scosso le spalle, non gli interessa sapere come mi uccidono.
Mi chiedeva di aiutarlo, però. Mi chiedeva di aiutarlo a capire come fare. “No, perché io ti devo tenere qui. Io devo… io devo…”. Ho provato tanta pietà per lui perché lo so che lui deve. Certo che deve, è qui, è qui con me. E se sei qui con me, o sei me o non sei me. Se non sei me, chi sei? Perché dovresti essere qui? In una prigione ci sono solo le guardie e i ladri. La guardia è il secondino e il ladro è il condannato a morte, giusto?
O forse la guardia è il ladro? E il ladro è qualcuno che tentava di essere libero. Non lo so, questa è una banalità.
Ma io come faccio a uscire da qui? Posso uscire solo lasciandomi uccidere? Non lo so. Io so che domani potrebbe finire. Certo, sempre che non rimandino la mia condanna a morte. Domani potrebbe finire. E il secondino invece no, il secondino sarà sempre qui. Chissà se il secondino è in grado di calcolare i giorni guardando la luce sulla parete. Io non lo so fare.

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