Giardini per persone non banali

Il mondo va a fuoco, ma comunisti mai

La cosa che trovo curiosa riguarda la ricerca di soluzioni. Da un lato c’è la negazione di un cambiamento in atto. Dall’altro lato, c’è l’accettazione del cambiamento in atto, ma con l’affermazione che questo cambiamento sfugge alla possibilità umana di avere alcuna influenza su di esso. Detto questo, in entrambi i casi si rifiuta di risolvere determinati problemi. Nel caso del negazionismo climatico, ci si riferisce al fatto che nulla è cambiato rispetto al passato, che ha sempre fatto caldo; quindi, cercare soluzioni (anche puntuali e non sistemiche, come la mitigazione su piccola scala che non coinvolga l’utilizzo di aria condizionata) viene visto come una scelta di campo politica, tendenzialmente di sinistra, mondialista, “woke” e come una scusa per imporre decisioni. Nel caso, invece, delle persone che ritengono che un cambiamento ci sia, ma che non sia causato dall’intervento umano, ogni tentativo di trovare una soluzione viene visto come inutile. Il risultato è che, anche in questo caso, non c’è una soluzione possibile: la stessa ricerca di una soluzione è intollerabile.

La soluzione che potrebbe mettere tutti d’accordo, come l’incremento di aree verdi, di ombreggiamento, di creazione di luoghi dove ripararsi dal caldo, viene anche vista come un’imposizione ideologica: i giardini, infatti, devono avere l’unico scopo, o quantomeno il principale scopo, di produrre decoro, immagine. Le soluzioni che tentano di ottimizzare più problemi vengono viste come ingannevoli, un tentativo di imporre un’agenda politica, una visione del mondo, una spesa pubblica, che risulta poi il pagamento di più tasse. Perché, in realtà, tutta la critica a qualunque modello che si basi sull’esistenza di enti amministrativi che propongono soluzioni o che sono interlocutori nella ricerca di soluzioni, si riduce poi alla critica dell’esistenza di tasse.

Ci sarebbe tanto da approfondire qui, perché in molti casi ha senso: basti pensare al modo indegno in cui i soldi dei contribuenti vengono spesso usati in Italia, anche nel caso di progetti e investimenti encomiabili che però, per questioni burocratiche e nodi magici, vengono poi abbandonati là dove sono pianto e stridore di denti. Non ho bisogno di fare un esempio: chiunque stia leggendo ora penserà a un intervento pubblico preciso. Il punto è che ad esser messa in discussione, poi, è l’autorità stessa, o meglio la provenienza del progetto da parte dell’amministrazione pubblica. E qui la questione si complica, perché a rifletterci su un attimo parrebbe quasi che l’autorità amministrativa avesse una natura ontologicamente diversa da quella di un consiglio di amministrazione. Il Leviatano di Hobbes. Un organismo sovrannaturale, differente da tutto il resto: anche se scopriremo poi che la differenza fondamentale che viene identificata è l’assenza di interesse economico personale, in quanto l’interesse dato dal vivere bene all’interno di un territorio, in quest’ottica, non è visto come interesse personale, ma è qualcosa che nemmeno esiste: l’interesse personale è, infatti, puramente economico e puramente individuale, o al limite tribale ed è a questo punto che si potrebbe diventare pignoli e sostenere che, almeno nel caso di piccole amministrazioni, l’interesse di un comune può essere tribale, individualistico. Ma sarebbe solo una provocazione.

Laddove la soluzione (progettuale, territoriale: si consideri che penso quasi sempre a progetti di giardini o parchi pubblici, lavori urbanistici, cose di questo tipo) viene proposta, o può essere proposta solo da un ente sovraordinato, di diritto pubblico se vogliamo, questa viene rifiutata, delegittimandone la validità: viene delegittimata la causa stessa, e il motivo per cui la causa viene legittimata è che accettare l’esistenza di un problema di quella natura significherebbe dover ricorrere a una soluzione che non coincide con la visione ideologica basata sull’interesse privato. Questo mi pare che però denoti anche una mancanza di creatività, perché laddove la creatività deve essere utilizzata solo per generare profitto e non per immaginare soluzioni nuove – in quanto soluzioni nuove chiamerebbero a nuovi tipi di organizzazione che sfuggono a una visione individualistica e corporativistica – la stessa creatività e il dubbio vengono scoraggiati: il rischio che per risolvere alla radice un progetto si debba andare a scavare troppo a lungo e risistemare magagne che sono costitutive del sistema stesso è troppo alto. D’altronde, come diceva Stafford Beer, “Lo scopo di un sistema è quel che fa”1


Negare il cambiamento climatico, così come qualunque novità, molto spesso corrisponde a dare forza al valore dell’esperienza, della tradizione, del “rispetto dei vecchi”: “vivo da tanto, ne saprò pure qualcosa”. In fin dei conti, non è molto dissimile da un rifiuto del dialogo scientifico, del processo di conoscenza. Da un lato, la domanda, l’inchiesta scientifica, è qualcosa che irrompe nella calma apparente delle cose così come sono. “Che cos’è questo?” “Perché?” Irrompendo, sono già di per sé una mancanza di rispetto: mancano di rispetto alla tradizione, a quel che già si sa, alla placidità della pratica quotidiana. E se è vero che ciò che è dimostrabile non abbraccia il reale nella sua interezza, il principio di non falsificabilità è pure un guardiano protettore della realtà per noi che la abitiamo. Perché ogni cosa ha un suo linguaggio ed è variegata, e non è possibile pensare che ogni cosa sia valida sempre e in ogni situazione, in ogni caso: non sono un maestro del pensiero non-duale, ma mi permetto di avere il pregiudizio positivo per cui non rifugge dal rigore di un pensiero con una coerenza interna.

La scoperta scientifica, mi viene da dire, è sorella e amica della scoperta spirituale, ed entrambe danno valore al processo, alla fatica, all’umiltà. Però questo forse è un altro discorso da fare.

1

https://en.wikipedia.org/wiki/The_purpose_of_a_system_is_what_it_does

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